Recensione a Franco Buffoni, Noi e loro, Donzelli editore, 2008, € 14.


Di questo nuovo libro di Franco Buffoni colpisce anzi tutto il desiderio di dignità umana che la parola poetica si impegna a dare all’uomo nelle sue condizioni più vere e problematiche. “Noi” sono gli omosessuali, “loro” gli extracomunitari. “Casualmente vicini sulla stessa pagina di cronaca, i due balzi mi parvero rappresentativi e speculari. Decisi di contrapporli INSIEME alla ‘funzionalità’ del maschio occidentale eterosessuale. Funzionalità a un sistema che – negando in lui l’extracomunitario e l’omosessuale – giunge a negare in lui l’essere umano”, come dichiara l’autore stesso nella nota conclusiva. Questi, dunque, i due binari su cui scorre il treno della poesia di Buffoni, un treno che va ad alta velocità di coinvolgimento per il lettore, accompagnato dal poeta in una sorta di viaggio fisico e interiore, in un’esplorazione di territori impervi perché da sempre spazi su cui regna il pregiudizio, l’individualismo, il retaggio di un’educazione cattolicheggiante e semplificante la varietà della condizione umana, delle possibilità dell’amore e dell’amare. Così Buffoni - che è da tempo una delle più limpide e coraggiose voci della poesia italiana -, da una parte continua anche in questa raccolta a interrogare la sua esperienza di uomo nel mondo e la sua memoria biografica, dall’altra, però, inonda di una luce nuova la sua poesia. Infatti, tramite l’io lirico, a parlare si alza tutto un coro di ”Quelli come me in Etruria”, incapaci di “smettere di desiderare” il mondo e l’estasi che li assorbe. Aumenta, credo, la forza descrittiva della poesia buffoniana, che in Noi e loro materializza l’Africa davanti agli occhi, la “disuniformità dell’ordine”, la “virilità” che “diventa incanto” e che il lettore percepisce nei suoi colori vividi e insieme nella sua straordinaria naturalezza. “Io voglio che il mio secondo/ tentativo di fine/ avvenga in questo settentrione/ Del Sud del mondo,/ Verso il cippo con la Libia di confine,/ Le botteghe dei mercanti coi tessuti stesi,/ I fondali degli orafi, la piccola moschea…”. Quello in cui il poeta ci accompagna è un universo che “si permette di essere se stesso” e che proprio in virtù di questo chiama l’io a vivere e confondersi con “loro” fino a diventare “noi”. La successione delle liriche irretisce per una musicalità difficile da definire, ma che lega tutti i versi della raccolta: è una musica dissimulata, non appariscente, che da un andare piano si accende in improvvisi baci di rime, assonanze, spezzature a mezzo. Così Buffoni ricrea la “disuniformità dell’ordine” cui si accennava prima e, per un altro aspetto, il bisogno dell’uomo di essere poeta, di cantare in una lingua primigenia il suo rinnovato contatto col mondo. In questa prospettiva l’appartenenza biografica di tutti i giorni ritorna come un’immagine amara, come una voce priva di consolazione e, quindi, di musica: “Ovunque mi sento rispettato/ Tranne che tra Roma e Milano/ Dove abito e sono nato”. Siamo, con questa lirica, alla seconda parte. Qui la parola si incrudisce, la luce si abbassa, ma non per creare atmosfere soffuse, piuttosto per un’esigenza profonda di contrasto; riascoltiamo più distinta la parola spigolosa e acre di Guerra, l’ultima raccolta uscita per Mondadori nel 2005. Ma anche questa opposizione verbale, corrispettivo dell’amarezza e della rabbia per qualsiasi condizione di discriminazione (ecco perché è civile la poesia di Buffoni), non è portata alle sue estreme conseguenze; come se il poeta-cantore, per una volta, si sforzasse di non dimenticare quanto ricevuto dal viaggio, da quella luce abbacinante d’Africa che pervade il libro e che ora si mischia con Campo de’ Fiori, Piazza del Popolo, e, più in generale, con uno sguardo perforante la memoria e il passato, sempre complesso, sempre reso difficile dalla strettezza dei moralismi a cui tutti in qualche modo apparteniamo. Quella di Buffoni è la parola, ora commossa ora sdegnata, di chi “spera di risvegliarsi in un mondo più gentile”.
Marco Balzano
Cfr. CHE LIBRI, dicembre 2008
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