Su: l’ultimo Buffoni; “Guerra” (Mondadori, 2005) e “Più luce, padre” (C. Sossella Ed. 2007) di Franco Buffoni

Gli ultimi due lavori di Franco Buffoni, se pur profondamente differenti nella forma, presentano una sostanziale coerenza di fondo che evidenzia l’univocità dell’esperienza che li anima.
Invero il poeta stesso ci racconta che negli ultimi anno è andato decifrando una serie di appunti stenografati, che raccolgono il diario minimo del padre prigioniero dell’ultima guerra. Le scarne, disilluse, parole del militare, sono per Buffoni lo spunto fecondo per muovere a riflessioni più ampie su temi, certamente vasti, ma anche cardinali per comprendere la nostra contemporaneità. La conseguenza è un confronto onesto, ma drammatico con la storia e con quella matrice violenta e autoritaria che ha tragicamente caratterizzato ogni suo passaggio epocale.

“Guerra” (Lo Specchio – Mondatori, 2005) è una intensa raccolta di versi (prima raccolti anche in brevi plaquette) che ruotano tutti attorno all’idea del conflitto; dove forse l’idea del conflitto non è necessariamente e soltanto quella militare, bensì anche sociale, appunto propria dell’umanità. Il libro si apre con una poesia violentissima (“Ho ventitrè anni, sono sieropositivo…”, p. 11), di una crudezza quasi insopportabile. Tuttavia la scelta di cominciare il libro con un deciso pugno alla bocca dello stomaco credo risponda ad un metodo. Cioè alzare di molto la soglia di sopportazione del dolore per preparare unilateralmente l’interlocutore ad una lettura lucida e distaccata di fatti e sentimenti certamente duri e crudi, in cui un’apparente normalità esistenziale tesse le sue trame unitamente ad una tragicità senza gloria e senza tempo. Mi viene in mente il parallelo tra la quiete evocata dalle cuciture della divisa del fantaccino della Marna (“Rammendi in cotone arancione”, p. 38) e il cesto contenente gli occhi dei nemici uccisi, custoditi dall’ufficiale e scambiati grottescamente per ostriche dall’interlocutore (“Sotto la statua del costruttore di navi da guerra”, p. 59).

La poesia di Buffoni è a dir poco inquieta e manifesta la lucida presa di coscienza di appartenere ad una storia dell’umanità scandita da una frizione costante; una frizione che sottopelle genera contrasti feroci e paradossi esistenziali che coinvolgono intere generazioni.

Ma l’indagine si fa ancora più amara ed esplicita nell’altro volume, “Più luce, padre” (L. Sossella Ed. 2007). Ora, quando un poeta decide di scrivere in prosa non è mai per caso, ed è evidente che l’esigenza incomprimibile è di un passo differente che assecondi l’indagine in fieri, non necessariamente cristallizzata nel precipitato linguistico del verso.

Provo dunque a raccogliere i pensieri che si sono agitati in me attorno a questo libro, riassumendo in primis il mio stato d’animo, definendolo “turbato”. Turbato nel senso di smosso dal profondo, per una lettura che, pagina su pagina, non ha fatto che propormi temi e quesiti di intensità ed urgenza indifferibili. Naturalmente non ad ogni interrogativo posto da Buffoni sono giunto alle medesime conclusioni, né tutte le sue considerazioni mi hanno pienamente convinto. Mentre certamente su molte riflessioni mi sono trovato in piena, inquieta, sintonia. Ma rimane il fatto che, anche partendo da posizioni antitetiche (quali appunto possono apparire le mie rispetto a Franco Buffoni uomo e intellettuale), non si può rimanere indifferenti ad una messe ricchissima di spunti e approfondimenti che spaziano dalla storia italiana del secolo da poco terminato, alla sessualità, alla religione, alla figliolanza; insomma che affondano la lama nella carne viva della nostra attualità umana. Ogni pagina del libro trasuda di un colto ragionare, certamente non sempre facile e immediato, ma comunque di grande impatto, non solo letterario, ma anche sinceramente emotivo. Già perché volenti o nolenti, siamo indotti da Franco a confrontarci con temi ineludibili e che impongono una coscienza sostanziale. Ogni nostro convincimento, quale che sia, deve attraversare certi interrogativi necessari cui è doveroso comunque dare ognuno la sua onesta risposta. Il libro di Buffoni è uno stimolo sferzante al ragionamento che induce, anche su posizioni differenti, alla ricerca di una consapevolezza più matura.
Ed è proprio cavalcando quest’onda di coinvolgimento, che non mi soffermerò in questa sede ad elencare i tanti pregi del volume, bensì, ponendomi in forma di dialogante, mi piacerebbe offrire l’idea di una modesta replica ragionata ad alcuni temi in particolare.

Buffoni mostra senza esitazione il coraggio straordinario di mettersi in gioco (soprattutto in un mondo in cui il compromesso è la soluzione più diffusa), di scrivere un libro confessando le proprie fragilità e le dolorose fatiche per approdare a qualche certezza. E nel far ciò sceglie la formula felicissima del dialogo immaginario (?) tra lui e il nipote.
Ma la materia affrontata dal poeta è talmente vasta da costringerlo comunque ad una selezione. Non si spiega altrimenti la scarsa attenzione al confronto con l’estremo oriente il cui impatto sul nostro mondo –nel bene e nel male- è ancora troppo colpevolmente sottovalutato. Inoltre forse maggiore approfondimento avrebbe meritato l’attuale riverbero intellettuale del dogmatismo comunista, al fine di analizzare (con lo stesso rigore riservato alla chiesa secolare) l’eco distorto prodotto nella nostra società contemporanea e che ha fatto (e per certi aspetti della forma mentis culturale e sociale, ancora fa) da perfetto contraltare al dogmatismo ecclesiastico.
Così, analizzando i rapporti umani nelle dinamiche militaresche, Buffoni ha parlato di camaraderie come di fenomeno “maliziosamente” suscitato dai comandi nei soldati, trascurando che in realtà i comandi militari eventualmente sfruttano (non creano) qualcosa che in realtà già c’è e che ci sarebbe comunque, in quanto nasce spontaneamente in tempo di guerra. Ovvero l’aggregazione necessaria di individui straniati e disperati. Sicchè la camaraderie a me sembra (fatta eccezione per i corpi scelti in cui lo “spirito di corpo” è un componente necessario della soluzione militare) piuttosto la tragica solidarizzazione che si genera nelle situazioni di estremo ed imminente pericolo. Sovente i comandi non hanno avuto bisogno neppure di sfruttare il fenomeno che spontaneamente produceva i suoi effetti tra i militi (i quali nelle più diverse epoche hanno affermato spesso di combattere sostanzialmente per i propri compagni). In fondo lo stesso fenomeno sorge naturalmente tra le forze dell’ordine nei contesti conflittuali di ordine pubblico interno.
Ma il nodo principale su cui Buffoni si sofferma è quello della religione cui evidentemente, rivendicando l’ideale laico, attribuisce la paternità di tante distorsioni della nostra crescita sociale.

“Siamo il risultato di un mero caso biologico”… “una serie di casualità ed incastri favorevoli di ordine geologico e climatico”….”la conseguenza di un casuale aggregato di cellule”, afferma categoricamente il poeta; il quale, evitando le insidie del razionalismo dogmatico, sceglie invece la via ben più moderata della “ragionevolezza”, come criterio guida delle esperienze della conoscenza. Ovviamente ai suoi occhi risulta del tutto inaccettabile la spiritualità astratta offerta dalla religione (a questo punto sembra opportuno ritenere “una qualsiasi religione”). Ma proprio a questo proposito devo confessare che, non solo non mi soddisfa l’approdo alla “ragionevolezza” riferita al caso, ma paradossalmente –non me ne voglia l’amico Buffoni- il mio credo religioso cristiano ne è uscito addirittura rafforzato. Invero la mia perplessità iniziale è riferita all’indubbia constatazione che da sempre l’uomo che popola la terra ha avvertito la necessità insopprimibile di individuare entità superiori e quindi simboli e rituali. Buffoni attribuisce tale pulsione alla semplice paura dell’ignoto. Io credo invece che prima ancora ciò derivi dalla necessità tutta umana di dare una spiegazione alla realtà delle cose. Orbene, il pensiero laico di Buffoni ricorre con estremo rigore al “caso”, ma a ben vedere tale scelta implica l’accettazione assolutizzante di categorie astratte fino all’irrazionale (quali ad esempio l’ imponderabilità, l’ineluttabilità, l’inafferrabilità, eccetera). Il laico così in certo senso rinunciando a qualsiasi soluzione, accetterebbe e assolutizzerebbe la rappresentazione della realtà nell’astrazione pura (a meno, appunto, di non scivolare nel razionalismo dogmatico, per cui ciò che oggi non è spiegabile lo sarà senz’altro domani). Di converso, il credente (di qualsiasi religione) tenta invece, con un istinto speculativo, prima che dogmatico, di leggere una qualche armonia che spieghi in maniera più convincente la trama sottesa alla realtà delle cose, soprattutto nel suo equilibrio e nella consequenzialità degli accadimenti. L’alternativa laica sarebbe invero riferibile solo ad una fortunatissima ed infinita serie di conseguenze favorevoli – ma non sarebbe anche questo un approccio dogmatico?-. In definitiva, quando il laico si affida ad una astrazione abdicativa, a me sembra più “ragionevole” l’atteggiamento del credente, che tenta comunque una lettura intellegibile, affidandosi alla possibilità di una percezione più profonda.
Del resto, anche nell’analisi dei fatti non si può ignorare che anche l’uomo che prega o recita il rosario, o l’Ohm, è in sé un fatto naturale, in quanto tale incontrovertibile, che in determinati contesti (ad esempio nella trincea di guerra) assume valori tendenti all’assoluto. In fondo anche la necessità di spiritualità e di codificarla con simboli e rituali, come comportamento materiale ed oggettivo, è un fatto di cui prendere atto.

Non so se tali mie riflessioni possano attendersi una replica, ma credo che Buffoni (nonostante la fermezza delle sue asserzioni) non abbia affatto chiuso la porta ad un confronto. In finale di libro infatti mi sembra evidente l’invito ad un dialogo tra i differenti ”sistemi di pensiero”. Ma soprattutto è il metodo generale dell’esposizione ad andare in questa direzione. Questo libro, infatti, rispetto al primo, segue il metodo inverso. Ovvero inizia e si sviluppa secondo un dialogo brillante, sempre equilibrato e impostato, ma finisce con una lettera sferzante (quella del nipote “no global”), amara, quasi uno schiaffo. Come a dire e contraddire ammettendo ogni contrario. Il che peraltro sembra coerente con l’animus polemico/dialettico di Buffoni, che allora porterebbe ad aprire il dialogo non solo al nipote “no global”, ma ad esempio anche al credente “altro”.

Infine, è stata una sorpresa accorgermi, a fine lettura, che l’immagine in copertina ritrae Buffoni che abbraccia la foto del padre da giovane. Nel mio voler pensare positivo, la immagino una sorta di riconciliazione ideale. In fondo il rigore dialettico e speculativo di Buffoni malcela un rigore interiore morale, non dissimile (almeno nella forma) da quello attribuito al padre che dunque non può non accogliere (soprattutto nella sua giovinezza, quando il pensiero si presume più puro). Quasi nella consapevolezza di una finale comprensione dettata da una viscerale comunanza di spirito. Ma sinceramente su questo ed altro attendo con impazienza di conoscere l’esperienza di Franco Buffoni in ogni suo prossimo lavoro.

Nicola Bultrini


Caro Franco,
inserisci pure il pezzo nel tuo sito. Mi fa ovviamente piacere.
E' vero, ho finito per parlare soprattutto della "cosa in sé", più che di
letteratura. Ma questo perché i libri mi hanno davvero coinvolto, anche e
soprattutto nelle mie riflessioni "di parte". In fondo nei tuoi lavori non
hai semplicemente testimoniato. La loro lettura non può non suscitare
necessità di pensiero sulla sostanza -non solo emozionale- di quel che dici.
Il loro riflesso in me è stato qualcosa in più rispetto alla poesia in sé.
Se avremo occasione, mi farà piacere parlarne ancora, magari per un caffè.
A presto.

Nicola

 

Caro Nicola,
ho letto subito con grande attenzione.
Trattandosi di una recensione posso solo ringraziare.
Sono molto contento di avere suscitato il tuo interesse. Il rischio
in questi casi - per un recensore "di parte" - è di parlare della
cosa in sé - es. ateismo/credenza - e non di letteratura. Ma è
naturale: l'argomento - in Italia - capisco, scotta troppo. E questo
è paradossale: nei più avanzati paesi europei si sorprendono del
fatto che in Italia un poeta senta ancora il bisogno di
"testimoniare" ciò che da loro è dato per scontato.
Ben venga la pubblicazione del tuo pezzo. E ancora grazie. Lo
metterò anche in rete nel mio sito, se permetti. Con un caro abbraccio.

Franco

Questa pagina è stata stampata dal sito www.francobuffoni.com