RECENSIONE A MID ATLANTIC, “Il Manifesto” domenica 3 febbraio 08

Che succede se un anglista e comparatista alle prese con un saggio articolato sul teatro e la poesia nel Novecento angloamericano è anche un traduttore e un poeta in proprio tra i più consapevoli del proprio fare? Succede che probabilmente quel saggio, alla fine, somiglierà a Mid Atlantic di Franco Buffoni, edito dalla benemerita Effigie del fotografo Giovanni Giovanetti. Il libro di Buffoni si divide in cinque capitoli e percorre la storia della poesia e del teatro angloamericano dall’agonia vittoriana (datata al 1881, anno dei Poems di Oscar Wilde e di Adieux à Marie Stuard di Swinburne) fino ad alcuni protagonisti della poesia americana attuale. In questo centinaio o poco più d’anni succede di tutto, nella poesia in lingua inglese (da Wilde ai “War Poets”; da Yeats al modernismo di Pound e Eliot; da Heaney al movement di Larkin…) e Buffoni affascina il lettore con una scrittura piacevole e un piglio, direi, da interlocutore diretto, più che da studioso accademico: per esempio quando giudica Thomas Hardy un poeta modesto perché «non innova niente» e usa le forme metriche «con perizia ma senza amore»; oppure quando racconta del suo incontro di giovane poeta con i Bog Poems di Seamus Heaney, nel 1975, incontro di vitale importanza perché all’epoca gli permette di riaffermare la leggibilità del testo e di eludere così la stretta asfissiante in cui la poesia italiana era compressa, tra «cascami della neoavanguardia da un lato» e «astuzie del cosiddetto neo-orfismo dall’altro»; o ancora, nella parte più anomala per un libro di studi (e per questo, forse, più gradevole e sorprendente), quando trascrive due belle interviste-conversazioni con Sir Stephen Spender, il grande poeta trentista sodale di Auden e Isherwood, costringendolo a un dialogo appassionato e franco su argomenti letterari ma anche privati (per esempio l’omosessualità).

Detto questo, va precisato che Mid Atlantic è un libro rigoroso e impegnativo: basti leggere, per convincersene, la minuziosa analisi che Buffoni riserva al poema composto di monologhi di un Auden post-conversione, cioè The Sea and The Mirror, di cui vengono dimostrate interessanti connessioni, strutturali e ideologiche, con i Canterbury Tales di Chaucer; oppure la puntuale interpretazione di alcuni drammi, nel capitolo centrale (il terzo) sul teatro, come Marching Song di John Whiting o il controverso The Sea di Edward Bond, giudicato assai lontano dall’epica brechtiana perché privo di qualsiasi tensione o speranza utopica.

Un capitolo a parte, come si è accennato, occupa la poesia di Seamus Heaney, di cui Buffoni è stato traduttore ben prima dell’assegnazione del Nobel al poeta irlandese. Di Heaney si prendono in esame le opere (fino a Seeing Things del 1991) ma anche la scelta politica e sostanzialmente “amletica” di ritirarsi dall’Ulster natia per trasferirsi nella Dublino cattolica e irlandese, nel 1972, senza però rinunciare a scrivere in inglese: come Yeats, Heaney – scrive Buffoni – soffre del conflitto tra attrazione della torre d’avorio e il dovere di lottare, così bruciante e ossessivo che in Station Island (1984) egli rimprovera al personaggio del “fuggiasco” Joyce, che nel libro immagina di incontrare sul molo del porto di Dublino, il suo narcisismo linguistico e letterario. 
L’ultimo capitolo è dedicato ad alcuni poeti inglesi e americani del Novecento, primo fra i quali l’irregolare E.E. Cummings che, attraverso i viaggi e gli incontri europei del 1921-22 (Dos Passos, Pound, Picasso, Marinetti), maturò quella forte attitudine sperimentale e anarcoide (le celeberrime minuscole…) che lo rende così indigesto alla cultura americana; e poi il grande Larkin; il Brodskji che riesce a rifugiarsi in Europa; la poesia “onesta” di Adrienne Rich e quella raffinata di J.H. Prynne, fino alla straordinaria opera di traduzione di Allen Mandelbaum, che ha importato in America Omero, Virglio, Ovidio, nonché tutta la Commedia di Dante. Infine, il volume è corredato da un utilissimo e continuo commento fotografico che attinge anche al prezioso archivio di Giovannetti: è sua, per esempio, la bella foto di Heaney che campeggia in copertina.

Massimo Gezzi

Questa pagina è stata stampata dal sito www.francobuffoni.com