Franco Buffoni, Più luce, padre. Dialogo su Dio, la guerra e l’omosessualità, Roma, Luca Sossella Editore, 2006


In Più luce, padre, Franco Buffoni pratica il genere antico della «conversazione», intesa, con Tommaseo, quale sinonimo, o quasi, di «società eletta»: Buffoni conversa sempre, e dialoga al di là della forma dialogica e del suo interlocutore privilegiato (Piero, il nipote ventenne): è quanto avviene, ad esempio, nelle lettere indirizzate al padre morto da anni, a Vittorio Sereni, a Leopardi. Ciò accade perché non solamente Buffoni, ma anche i suoi lettori – lettori che, sugli esempi illustri di Manzoni e Stendhal, egli stesso ha scelto – sono desiderosi di costruire un discorso plausibile e fondante, non affermativo a tutti i costi – com’è invece della chiacchiera, in primis quella di molti politici: sofferente oggi più di muffa che di congestione.
Più luce, padre è effettivamente un libro discorsivo: un entretenimiento. Aggiungiamo subito che questa forma di lungo e tranquillo conversare è forse la più ambiziosa delle forme letterarie, in quanto vi è data per intesa tutta la civiltà. Nel dialogo di Buffoni, finanche la poesia è taciuta e superata, e lo zio poeta che comincia commentando i propri versi («Rammendi in cotone arancione / Sul panno rosso di Lodève […]»), per passare in breve ad altro, si riserva pregiudizialmente e strenuamente la facoltà di contraddirsi. È questa la qualità del «gran conversatore», la sua superiorità, e quindi la caratteristica più originale di Buffoni e dei suoi numi letterari – tentiamone alcuni: Luciano, Montaigne, Stendhal, Nietzsche, Weininger.
È nota l’attrattiva che su di un intellettuale vero esercitano tutte le opinioni opposte alla sua, tanto da diminuire l’intensità delle sue proprie convinzioni: non a caso Buffoni distingue fra «Razionalismo» e «Ragionevolezza», preferendo la seconda, e intitola un paragrafo «Santini laici». In questo modo egli suscita insoddisfazione e insieme desiderio, traccia non già delle strade ma un orientamento, segue una corrente piuttosto che un’idea; e le sue riflessioni incidono bene sulla sorte dell’uomo post-moderno, non rigido frammento, ma elemento semiliquido, capace almeno di una vantaggiosa possibilità: adattarsi. Questa disponibilità definisce, all’interno del genere della conversazione, una drammaturgia non antagonistica ma amebea: la conversazione, infatti, è una ricerca, un procedimento conoscitivo; tutto vi è dilettevolmente, nulla è assoluto o, peggio, definitivo.
Il mito è abbastanza chiaro: invece di scendere per la via matematica dei corollari – stretta e piena di rinunzie – e di assumere pian piano le fila in un tessuto rigoroso quanto esclusivo, Buffoni dispone pienamente di tutte le risorse della sua intelligenza e della sua cultura; così si spiega l’impressione forse sgradevole che, a prima vista, e dinanzi a tanto ingombro, un lettore poco avveduto potrebbe provare. Questa massa senza confini si agita poi, si sposta; è però una massa orientata; si sviluppa lungo un asse; i suoi movimenti alludono a una direzione.
Buffoni, dunque, ha sì rivendicato il diritto di seguire la strada più lunga fra due punti – inevitabili, quindi, palinodie e ripensamenti –, ma alla fine l’ostinazione ha la meglio sulla logica. Perciò l’idea di partenza affiora sempre, come una cicatrice: difficilmente, fuori dei trattati di filosofia, è stata posta con eguale fermezza la tesi dell’umanesimo; un umanesimo, quello di Buffoni, laico quant’altri mai.
Egli ha voluto mostrare l’organizzazione in fieri di una nuova utopia, del nuovo falansterio di cui si è fatto nunzio. Va da sé che il suo libro sia intessuto dei problemi che caratterizzano la convivenza degli uomini e stigmatizzano l’odierna società italiana: tradizione cattolica, attualità biopolitica, omosessualità, ateismo. Tutto ciò previo l’attraversamento del secolo scorso nelle sue tappe fondamentali, secondo l’ottica bifocale della Storia e delle vicende personali dell’autore: da una parte le guerre, le dittature, il malcostume politico, le battaglie per i diritti civili; dall’altra il sofferto rapporto fra il padre, ex ufficiale fedele alla monarchia sabauda, autoritario e con una forte carica aggressiva, e il figlio omosessuale, antiborghese in seno alla borghesia e antimilitarista. Questa corrispondenza fra Storia e vicende personali è ben declinata nelle giustapposizioni (a volte ilari: «Gay Pride» e «Catechismi») di alcuni titoli di paragrafi: «Caino sociale» e «Edipo singolare», «Atei» e «Abramitici», «Violenza cieca» e «Violenza intelligente».
Da ateo mistico qual è, Buffoni sa bene che la prima qualità dei santi è di non smarrire la propria individualità (stimmate possono esserne, nel caso di Buffoni, l’ossimoro e il paradosso di alcuni titoli di capoversi), e le trattative di cui si fa storico si svolgono sempre nel concreto e nell’irripetibile: zio e nipote hanno un carattere fatto non di vizi e di virtù differenti, come le maschere della commedia, ma di partenze differenti. Il discorso è preciso e disordinato quanto basta; e partecipe anche di un modo di sentire informato al senso comune, che risalta qua e là fra mille rimandi culti, spesso inaccessibili a un lettore medio. A tratti, sembra quasi che i due, zio e nipote, come due massaie, abbiano ceduto lo scettro delle faccende domestiche per rifugiarsi in una dolce malinconia speculativa.
Avviati sopra un minuto contrappunto di obiezioni, i dialoghi di Più luce, padre proseguono come una fuga a due voci, alterne e complementari. Se per un uomo che professa il Confiteor apofatico degli atei, qual è Buffoni, non sarebbe illegittimo parlare di esprit non prévenu, dobbiamo però ammettere che egli si lascia pregiudicare dalle tesi diverse dalla sua e non rifiuta di collaborare a nessuna. Ciò garantisce l’onestà teoretica dei due personaggi, che non si differenziano secondo soluzioni astratte (semmai si compenetrano), non preesistono cioè al loro pensiero e alla loro conversazione: pur essendo voci a sostrato ignoto (anche se anagraficamente determinate), essi partono sempre dalla vita e dalla verità; nei loro dialoghi, dunque, la vita sostituisce sempre l’ordine, la verità qualsiasi programma.
Giovanni Turra
Tratti n 79, autunno 2008
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