Intervista sull'Università


Intervista di Carlo Carabba per Nuovi Argomenti gennaio 2009 sulla situazione della università italiana.
1) L’attacco alla cultura accademica è stato uno dei temi portanti del XX secolo, specie per quanto riguarda il mondo umanistico. Nelle università si può ancora produrre idee o le facoltà sono, culturalmente, luoghi morti?
2) C’è una percezione generalizzata e diffusa, che vede le università come luogo di nullafacenti e dispotici nepotisti. Quanto di tale percezione corrisponde a realtà?
3) Il ministro Gelmini ha parlato di “rischio Alitalia”. Lei ritiene che l’università italiana stia effettivamente attraversando una fase di crisi? E in tal caso a chi si può far risalire la colpa, ai ministri che si sono succeduti o a chi ha mandato avanti le università, docenti, rettori, studenti?
4) Ritiene che un aumento dei finanziamenti statali destinati a università e ricerca sia auspicabile, oppure pensa che iniettare nuove quantità di denaro in un sistema da rifondare possa rivelarsi controproducente e dannoso?
5) Favorire finanziamenti privati e privatizzare gli atenei può essere una buona opportunità per l’università italiana?
6) Di fronte alle continue critiche e ai casi di nepotismo e favoritismi vari lei ritiene che si debba opportunamente correggere e potenziare il sistema di concorsi o invece adottare una forma dichiarata e diretta di cooptazione?
7) Che ruolo possono avere facoltà improduttive come quelle umanistiche nello sviluppo del paese? Non sarebbe giusto limitarne l'accesso per formare solo un numero ristretto di studiosi?
Risposte di Franco Buffoni
1 – 7 Si possono ancora produrre idee, si possono ancora formare nuove generazioni di studenti e di studiosi. Non credo si debba limitare l’accesso. Lo schema: laurea triennale di base, laurea biennale specialistica, dottorato, ricercatorato è ottimale. Sono contrario al ruolo a vita del ricercatore. Dopo 5, o al più 10 anni, l’ex ricercatore o diviene professore oppure passa all’insegnamento nelle scuole secondarie, diviene bibliotecario ecc.
Sono contrario anche al ruolo a vita dell’associato e dell’ordinario. Vedrei bene dei contratti quinquennali la cui cifra varia in base alle “quotazioni” del singolo professore. Ciò è possibile solo abolendo il valore legale del titolo di studio, condizione indispensabile perché gli atenei siano davvero in competizione tra loro per la migliore offerta didattica e formativa.
5 Chi abbia conoscenza diretta del sistema anglosassone sa bene quanto sia importante lì e consistente la struttura, la tradizione, l’impianto di ciascun ateneo, di ciascun singolo college. Solo un solido consiglio di amministrazione può trattare nuovi indirizzi ed eventualmente recepire donazioni. Consigli di amministrazione di questo tipo non mi pare siano diffusi nell’attuale situazione italiana.
2 – 3 Rispetto alla 382 che resse per un ventennio l’università italiana, la 509 introdusse la parcellizzazione dei concorsi per singole sedi universitarie credendo con ciò di andare nella direzione della autonomia universitaria. Pia illusione perché con gli stipendi identici nei vari atenei, i ruoli a vita e il valore legale dei titoli di studio, tale parcellizzazione non poteva che risvegliare gli appetiti di tanti mediocri (col ruolo a vita di ricercatore, o associati ope legis). In precedenza – lo ricordo ai più giovani – le singole sedi potevano chiedere cattedra; se la richiesta veniva considerata congrua dal ministro, si sommava alle altre per la stessa disciplina finché veniva bandito un concorso nazionale. La commissione era di 5, 7 o 9 membri (in base al numero dei candidati) eletti e poi sorteggiati tra gli eletti. Il sistema certo non garantiva in toto contro nepotismi e pastette (certe cose sono genetiche) ma qualche bravo studioso in più rispetto ad oggi passava, non foss’altro perché chi giudicava aveva il quadro complessivo davanti agli occhi, era insomma maggiormente responsabilizzato.
6 O si ritorna al sistema concorsuale pre-509, oppure si abbia il coraggio di togliere il valore legale del titolo di studio, favorendo veramente l’autonomia degli atenei. Alle vere cooptazioni ho assistito in certe università inglesi e ho sempre visto passare studiosi estremamente validi. Immagino che cosa accadrebbe in certi atenei italiani se passasse il criterio della cooptazione: i senza-pudore avrebbero partita vinta.
4 Soprattutto per i numerosi allievi della laurea triennale servono buoni insegnanti: ciò che occorre trasmettere è ancora un sapere di base, curricolare, canonico. In Francia ho visto selezionare tali insegnanti tra i migliori già attivi nei licei, con lo stipendio aumentato di un terzo e il numero di ore di didattica settimanale calato da 18 a 12. I ricercatori (quelli veri) sono più utili dopo e giustamente vanno impiegati per un carico didattico inferiore. Pensare di arruolare nuovi “ricercatori” per l’insegnamento di base è un altro equivoco di fondo che necessita di essere chiarito.
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