Testo a fronte - Intervista Marco Simonelli


Recentemente Marco Simonelli ha intervistato Franco Buffoni per Deduco Traduco Concludo (Leconte Didattica) sull’argomento Testo a fronte/Traduzione. Ecco il testo dell’intervista:
MS (Marco Simonelli): “Testo a fronte” nasce nella seconda metà degli anni ’80, come reazione all’egemonia dei formalismi nell’ambito della traduttologia. Oggi la rivista vanta un’autorevole storia di quasi due decenni. Potrebbe raccontarci i momenti più esaltanti e le difficoltà, le resistenze che ha incontrato, insomma le croci e le delizie di questa testata?
FB (Franco Buffoni): Testo a fronte, semestrale di teoria e pratica della traduzione poetica, con il numero 34 (dicembre 2006) è entrato nel suo diciottesimo anno di vita. Raccontare come è nata e come è stata realizzata l'idea di una rivista specialistica in questo campo ha per me - inevitabilmente - il significato di un bilancio. Sentivo fortemente, anni fa, la necessità di una maggiore fusione e coerenza all'interno del mio lavoro intellettuale globalmente inteso. Impegnato sul doppio versante della scrittura creativa poetica, da un lato, e della ricerca in un dipartimento di scienze del linguaggio, dall'altro, percepivo la mancanza di un denominatore comune, un luogo di sintesi tra le due branche del mio operare. Lo trovai dapprima organizzando un convegno su "La traduzione del testo poetico" (Bergamo, 3-5 marzo 1988), quindi - l'anno successivo - dopo fitti incontri e scambi epistolari con vari maestri, da George Steiner a Cesare Segre a Emilio Mattioli - fondando Testo a fronte.
Un primo motivo di soddisfazione consiste oggi nel verificare la puntualità delle uscite, ogni semestre, marzo e ottobre, a partire dal 1989. Duecento pagine a numero equamente ripartite tra teoria e pratica. Sempre cercando di non eccedere con gli scritti teorici, ma gli autori fondamentali da proporre anche in Italia sono davvero numerosi! Nelle altre nazioni europee e nord-americane esistono da decenni varie testate dedicate alla traduttologia; in Italia nulla, assolutamente nulla di specifico e di periodico. Tant'è vero che persino ottimi traduttori di poesia, quando vengono indotti a riflettere sul loro lavoro, citano quasi esclusivamente Benjamin e Mounin. Come se dopo non fosse accaduto più nulla. Grazie anche a Testo a fronte mi sembra che la situazione vada migliorando.
Occorreva - in pratica - divulgare anche in Italia i rudimenti di una nuova scienza: la traductologie o Uebersetzungswissenschaft, la traduttologia, appunto. E nel porre programmaticamente in ordine i sommari di Testo a fronte in questi anni è stato fondamentale l'apporto di Emilio Mattioli, filosofo dell'estetica di scuola anceschiana, che con me Gianni Puglisi e Allen Mandelbaum costituisce il comitato direttivo. La rivista tuttavia si avvale anche di un comitato scientifico nutrito e prestigioso. Perché aderirono subito, con entusiasmo, non solo gli accademici (e ricordo i compianti Gianfranco Folena, Luciano Anceschi, Franco Fortini, Maria Corti, Giuseppe E. Sansone, Agostino Lombardo, e quelli attualmente operanti: Jacqueline Risset, Tullio De Mauro, Friedmar Apel, Carlo carena, Pietro Marchesani, Henri Meschonnic, Luigi Russo, Csare Segre, Giuliano Soria, George Steiner, Lawrence Venuti), ma anche i maggiori poeti italiani - da Mario Luzi a Giovanni Giudici a Piero Bigongiari a Maria Luisa Spaziani, e in anni più recenti Valerio Magrelli, Gianni D'Elia e altri - accettando di accompagnare alle anticipazioni dei loro "lavori in corso" come poeti-traduttori un commento, magari non rigorosamente "scientifico", ma sempre illuminante sul loro "fare" poesia e soprattutto sul loro fare poesia traducendo.
Ogni numero viene strutturato in modo abbastanza organico. Al saggio teorico di apertura (e abbiamo ospitato, tra gli altri, Apel e Szondi, Berman, Etkind, Wandruska) e alle anticipazioni dei lavori di traduzione dei grandi poeti-traduttori, seguono l'autoritratto di un traduttore-poeta, il lavoro di due o tre giovani autori, un ripescaggio storico (Berchet, Cervantes, M.me de Stael, Foscolo, Bruni, Dryden, Huet), un Quaderno di traduzione con una quindicina di versioni scelte di vari autori contemporanei o del passato in italiano o dall'italiano, recensioni, segnalazioni e qualche servizio di cronaca letteraria.
MS: Ha tenuto a battesimo tanti giovani sia nella poesia che nella traduzione. Cos’è che le fa riconoscere il talento in un apprendista traduttore? Quali sono i sintomi di questa malattia che leva notti di sonno, espone a critiche feroci e anche quando permette di produrre un’opera d’arte questa è spesso considerata una creazione “di seconda mano”?
FB: Testo a fronte - e mi piace sottolinearlo - sia per i contributi critici sia per quelli poetico-traduttivi non è solo una vetrina per nomi affermati. Anzi, le sorprese più belle a volte vengono proprio da giovani che magari non hanno mai pubblicato in precedenza. Noi badiamo soltanto all'originalità e alla qualità del lavoro. E il nostro fine è proprio quello di dimostrare che il testo tradotto non ha una funzione ancillare, bensì si pone in un dialogo alla pari con il cosiddetto originale, configurandosi come un afterlife, un überleben di quel testo.
MS Se si è poeti o scrittori in gamba, la traduzione è una palestra per affinare la “muscolatura” stilistica. Ma può succedere che il tradurre possa far male alla scrittura?
FB: Direi proprio di no. Ma si tratta come sempre di maturità, di gradi di intensità, di dosaggio insomma. Dialogare con un autore non significa fagocitarlo, né farsi fagocitare.
MS: Quale rapporto dovrebbe auspicabilmente intercorrere fra traduttore e testo originale?
FB: In sintesi, posso dire che - sulla linea indicata da George Steiner, che fa parte del comitato scientifico, e da Gianfranco Folena, che ne ha fatto parte sino alla sua scomparsa - noi siamo convinti che la traduzione di poesia, prima che un esercizio formale, sia un'esperienza esistenziale intesa a fare rivivere l'atto creativo che ha ispirato l'originale. Intendiamoci: nessuno pretende di ignorare l'immenso patrimonio scientifico che decenni di speculazione in ambito formalistico, strutturalistico e semiotico sono oggi in grado di fornirci. Tuttavia è innegabile che nei decenni scorsi l'assoluta egemonia di tali discipline mise in ombra e talvolta irrise alla possibilità di riflettere su tematiche di ordine traduttivo nell'ottica della filosofia dell'estetica. Testo a fronte continua a porsi al centro del dibattito tra i due ambiti, nella convinzione che non possa esistere teoria senza esperienza storica; accettando quindi anche gli assiomi della linguistica teorica (almeno quelli dei linguisti intelligenti), ma soltanto se in costante rapporto dialettico con le teorie generali della letteratura e dell'ermeneutica filosofica. Fondamentale, per noi, è il riconoscimento di dignità artistica per il testo tradotto, in virtù del quale viene anche valorizzato il momento della ricezione, ovvero della risonanza culturale che una traduzione - in quanto testo autonomo - sortisce sul pubblico. A questo punto sono destinate a cadere le classiche antinomie "fedele/infedele", "letterale/libera", "fedele alla lettera/fedele allo spirito", "contenutistica/stilistica" ecc. perché sono costruite sull'equivoco che da un lato consegna la poesia al dominio dell'ineffabile (e quindi dell'intraducibile: questa - in sintesi - era la posizione crociana) e dall'altro considera veicolabile soltanto un contenuto: che è pura astrazione.
Attualmente stiamo approfondendo i termini teorici della nostra proposta legata al concetto di intertestualità, individuando il punto di equilibrio tra la nozione di intertestualità quale appare negli scritti di Julia Kristeva (poi ripresa da Bachtin e anche da Segre) e la definizione di poetica desumibile da Anceschi come "la riflessione che gli artisti e i poeti esercitano sul loro fare, indicandone i sistemi tecnici, le norme operative, le moralità, gli ideali". Nell'ottica della intertestualità la traduzione di poesia - aldilà dell'immagine molto accattivante che la configurerebbe come una lunga "citazione" - finisce davvero con l'essere il rapporto tra due poetiche, quella dell'autore tradotto e quella del traduttore.
Come direttore responsabile della rivista ho notato che soprattutto tra i giovani studiosi la nostra impostazione critica è analizzata e discussa con vivissimo interesse. E anche tra i poeti affermati noto - rispetto a dieci anni fa - una maggiore consapevolezza critica aggiornata nell'autoanalisi del proprio lavoro.
MS: “Dire quasi la stessa cosa” è un titolo inequivocabile per un libro che in molti hanno letto, non solo fra gli addetti ai lavori. Ogni giovane appassionato di traduzione lo cita. Eppure le posizioni traduttologiche di Eco sono state ampiamente contestate su “Testo a fronte”. Semplificando, a chi consiglierebbe la lettura di quel volume e a chi no?
FB: Non la consiglio a nessuno. E’ volgare intellettualmente (il concetto di “negoziazione è invero di infimo rango) e si basa su una lunga serie di luoghi comuni, molto duri a morire, evidentemente. E’ appena uscito presso l’editore Interlinea di Novara un mio volume intitolato CON IL TESTO A FRONTE. INDAGINE SUL TRADURRE E L’ESSERE TRADOTTI. Al posto del concetto di negoziazione, i lettori vi troveranno in fecondo dialogo i concetti di poetica, di intertestualità, di ritmo, di avantesto e di movimento del linguaggio nel tempo. Mi sono proprio posto come obiettivo quello fare chiarezza.
MS: Lasciando da parte i manuali, che tipo di approccio mentale si dovrebbe avere di fronte a un testo che si è intenzionati a tradurre?
FB: Chi ama la poesia - e più in generale la letteratura - non può non porsi il problema di come tradurla in un'epoca in cui la possibilità meccanica di diffusione della musica, la riproduzione delle opere pittoriche, il linguaggio cinematografico (ormai tendenzialmente astratto dalla parola) rendono il testo poetico sempre di più un unicum esigente. Occorrono concentrazione e silenzio: di sottofondo può esserci musica, non poesia; banalmente appesi alle pareti possono esserci le riproduzioni di quadri... La poesia, la vera letteratura, sono il grande incomodo. Occorre fare fatica per conquistarle perché vivono consustanziate alla lingua e vanno penetrate. E le lingue sono rimaste molte. E la traduzione simultanea per la poesia è qualcosa di risibile. Ecco dunque la necessità, per chi ama la poesia, di porsi il problema di come tradurla. Che tipo di approccio mentale, tu chiedi. Quello del dialogo alla pari, rispondo. Il massimo dell’umiltà nel massimo della pretesa, in primis con se stessi. Ma fondamentale resta la capacità per ogni singolo autore-traduttore di avere sempre presenti - contemporaneamente - i cinque concetti sopramenzionati.
MS: Si dice che non esiste “la” traduzione corretta, che ne esistono molte. Mentre si traduce capita infatti di trovare più di un vocabolo adatto a rendere lo stesso termine. Come fa a capire quando può smettere di cercare perché è finalmente in possesso della parola giusta? Non c’è il rischio di trattenersi troppo o troppo poco su un ragionamento?
FB: Il problema non è la singola parola, ma l’insieme, il RITMO complessivo che la frase letteraria riesce a possedere. La stessa parola può suonare diversamente interagendo con le altre che la circondano. E questo è un campo dove non si può essere normativi. E un campo empirico per eccellenza.
MS: Cos’è per lei l’errore e qual è il suo atteggiamento di fronte ad esso? Gli errori non sono in fondo l’aspetto fondamentale di una qualsiasi attività di ricerca?
FB: Certo. Il famoso cammello che non riesce a passare per la cruna dell’ago è in realtà una fune. Dunque gli errori di traduzione entrano nell’uso, persino nelle liturgie. I buoni cattolici continuano a dire “ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, laddove “qui tollis peccata mundi” significa “che sopporti i peccati del mondo”. Da qui discendono orrendezze comportamentali di ogni tipo. L’errore di traduzione può influenzare il costume, può divenire regola. E dallo scostamento dalla regola (dunque dall’errore) deriva la costante trasformazione delle lingue: per l’appunto il movimento del linguaggio nel tempo.
MS: Una volta le cattedre di traduzione erano una rarità. Oggi non è più così, ma come si fa a riconoscere un buon insegnante di traduzione?
FB: Andando a lezione. Se è dogmatico, impositivo, normativo difficilmente è un buon insegnante. Se consiglia il manuale di Eco cambierei corso.
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