Tommaso Lisa - La guerra, il padre la poesia di Franco Buffoni a confronto con la storia della natura umana


Nel panorama della poesia italiana contemporanea Guerra (Milano, Mondadori, 2005) risulta essere un libro significativo, portando a maturazione la poetica della già notevole opera di Franco Buffoni. L’esperienza della trilogia della bildung, da Suora carmeliana e altri racconti in versi (Parma, Guanda, 1997) a Il profilo del rosa (Milano, Mondadori, 2000) - indagata dal dettagliato studio di Roberto Cescon Il polittico della memoria. Studio sulla poesia di Franco Buffoni (Roma, Pieraldo, 2005) - porta infatti a un libro alimentato da uno stile asciutto, tendente a quella “poetica dell’oggetto” di area lombarda già teorizzata da Luciano Anceschi. Un primo estratto di Guerra era uscito nel 2001 presso l’editore Diaogolibri seguito, nel 2004, da Lager, per la casa editrice napoletana d’if, a fare da trait-d’union con Il profilo del rosa. Occorrono quasi dieci anni di gestazione per portare a compimento il libro, a partire dal ritrovamento delle carte private del padre - alter-ego del padre letterario di Buffoni, ossia Vittorio Sereni - il suo diario privato risalente al periodo 1934-1954 (l’esperienza da ufficiale durante il secondo conflitto mondiale, la prigionia e il difficile periodo postbellico). Guerra ha come oggetto la vita militarizzata: da qui l’idea (passata al vaglio di numerose riscritture) di un’opera tematica sui conflitti che, partendo dal dato evenemenziale e rileggendo i war poets, stigmatizzi particolari situazioni umane. Buffoni ricicla il “già fatto” (il citato diario, ma anche documenti, foto, citazioni e allusioni testuali, fino alla “piccola vedetta lombarda” di De Amicis) e con la tecnica del montaggio lo riassembla per tagli chirurgici in modo straniante. Lo stile di Guerra incide nella carne per estrapolare il nocciolo dell’atrocità: senza derive metafisiche, la scritura stessa espone la coazione a rivivere la violenza (torture al foglio è il titolo di una sezione) come in un gesuitico esercizio spirituale. Il frutto è un ambiguo catalogo di ricordi, reperti, frammenti, dati e date, notizie dal passato e dal presente, riunite in stringhe di versi che metabolizzano il lutto, il dramma edipico che da familiare diventa storico. Sfida improba, come quelle che la scrittura tematica impone, per mantenere il tono al di sopra del falsetto, ma Buffoni gestisce i materiali retorici con accortezza. In concomitanza con atmosfere boreali, lo stile antilirico, proprio perché in contrasto con parti emotivamente coinvolgenti, procede per suture, delineando la scacchiera di un campo di battaglia. Il libro è strutturato in quattordici sezioni tematiche (ma non didascaliche, in quanto talvolta sovrapposte): prologo sulla situazione quotidiana (1), esperienza vissuta di vita militare (2), significato storico della guerra (3), Prima Guerra Mondiale (4), Balcani (5), Francia di Vichy (6), deportazioni (7), Lager (8), capi nazisti rifugiati in Sud America (9), guerra partigiana e Resistenza (10), rientro dei reduci (11), schiavitù e antropologie negative (12-14). Numerosi personaggi, descritti con tratti indelebili (cfr. Orco cantabrico; p. 73), affollano la “rapsodica” commedia di Guerra. La cornice del polittico resta coesa grazie a questa coerenza nel trattare il dato, unendo il macrotesto in una tessitura fitta di rimandi, citazioni, segnali, personaggi. Si delineano spazi e tempi rappresentati cartograficamente attraverso shifters topologici e cronologici, gli scenari della Guerra nella ex Jugoslavia, della vita partigiana, della Seconda Guerra mondiale e, soprattutto, del primo conflitto mondiale, il più efferato corpo-a-corpo mai messo in atto nella storia dell’umanità. Segnali espressi con stile sostantivo, un grado zero e un’icasticità verbale di forte impatto, cicatrizzano gli interstizi della memoria, fanno da collante alla poetica che sottende l’opera. La bildung passa attraverso la maturazione dello sguardo e del linguaggio dell’io, oscillante tra vari registri, dai toni descrittivi, esatti, ai tratti elegiaci: poesia della memoria costruita con stratagemmi formali a edificare un “polittico” di parole cesellate con eleganza, illustranti le luminose sinuosità del reale, le epifaniche occasioni, la tangibilità delle cose. Tuttavia ogni aspetto formale viene dissimulato, mantenendo un rapporto referenziale tra testo e lettore; tale poesia mira infatti alla comunicazione quale forma di “transitività” del dolore. Buffoni procede per giustapposizione di tranche de vie, diverse voci e singole occasioni tratte dall’esperienza, correlate oggettivamente proprio attraverso le libere associazioni della memoria. In sintonia con una poetica lombarda, nei suoi versi si delinea un’esatta geografia di luoghi e di eventi, che porta a oggettivare i tasselli le formelle del mosaico esperienziale attraverso descrizioni nette e concise. La ricognizione topologica del paesaggio, della storia, della natura umana, apre la poesia dal particolare all’universale, dalla storia dell’individuo verso la storia dell’umanità, che traspare dai segni lasciati dal tempo sulla terra e sulla roccia. Guerra è infatti un libro dialettico, che si apre alla diversità; il suo fascino si gioca nel confronto radicale e sincronico tra “Natura” e “Cultura” (come in Il grande hangar-caverna al Mas d’Azil, p. 72). Nelle pagine si susseguono i paesaggi ancestrali, e la dimensione terreste, invernale, è predominante. Partendo da questi segni viene recuperato il presente, creando una dialettica tra aree temporali, esito dell’indagine raziocinante che l’io va compiendo. L’indagine sulla bestialità della guerra, appuntata con puntualità filologica e archeologica (tramite circoscritti riferimenti topologici, cronologici, oggettuali) pone in primo piano la tecnica dell’esegesi repertoriale, tratto tipico della scrittura di Buffoni. Numerosi testi archeologici (con richiami ai resti, ai reperti, alle incisioni rupestri, a una dimensione pre-segnica) scandiscono, col loro valore testimoniale, lo scorrere della storia, suscitando un perturbante dissidio tra sfacelo e compattezza geometrica delle cose, stratificando temi e situazioni con un progressivo inasprirsi della violenza, della forza descrittiva. In Guerra la frammentaietà è frutto di uno stile ellittico, sobriamente rarefatto: ellissi che sembra quasi mascherare le cose e che in realtà scava sempre più nei luoghi, sui temi, stratificati nella memoria storica e individuale. In tale prospettiva Guerra costituisce un progetto di scrittura indissolubile dai dialoghi in prosa di Più luce padre. Dialogo su Dio, la guerra e l’omosessualità (Roma, Sossella, 2006), in quanto scavo nel rimosso, nel materiale della memoria relativo agli aspetti irrazionali dell’individuo, con gli strumenti razionali dell’illuminismo. Il logos, l’analisi della storia, è lungi dalla mitizzazione: tramite un lirismo trattenuto Buffoni edifica un impianto logico-scientifico atto a far fronte all’irrazionalità, testimoniata storicamente, della natura umana. Più luce padre rappresenta la didascalia discorsiva a Guerra, il lato positivo, illuministico, nell’analisi del conflitto col padre (colui che legittima la guerra, perpetuando la violenza, nell’atto di procreazione, di stupro, nella succesione generazionale, nella imposizione di regole e valori), portando a maturazione il tema della “fine dell’infanzia” caratteristico delle prime raccolte. La marginalità della voce di entrambe le opere di Buffoni risiede nella figura del disertore, dell’appartato, della vittima, di colui che osserva dal di fuori la carneficina, secondo una tecnica del porsi “a lato” per meglio descrivere la situazione, con distacco e freddezza. La soluzione che il libro, quale “viaggio al termine della notte” prospetta, di fronte alla crudeltà organizzata, è quella del céliniano “disertore”, figura affine al poeta stesso, che osserva la società dall’esterno (il che però non esclude il celaniano “porsi a fianco” del proprio simile). Il materialismo di Buffoni fa collassare la storia umanisticamente intesa, bruciandola non solo nel giro dell’appena trascorso “secolo breve”, ma nel confronto fra la naturalità biologico-preistorica del dolore e la sua immagine culturalizzata. Senza rinunciare a una posa neo-illuminista, ma ripudiando la manzoniana “provvidenza” (le teleologia finalistiche delle “magnifiche sorti”) e, al contempo, senza abbandonarsi al nichilismo, la poesia di Buffoni apre un vortice spazio-temporale che esorcizza l’abisso del silenzio, col quale fa comunque i conti, e davanti al quale anche la sofferenza rischia di non avere più senso. Nessuna estetizzazione dell’orrore, piuttosto registrazione asettica, antropologica, della violenza umana e animale. Buffoni mostra il volto terribile della violenza fratricida, del sopruso, geneticamente insiti nella natura umana, che può però migliorarsi, emanciparsi dallo stato ferino congenito, solo tramite un atto di raziocinio, di pragmatica critica degli strumenti razionali, mai abbastanza temprati, da cui il “più luce” - citazione dalle parole pronunciate in punto di morte da Goethe – implorazione contro l’oscurantismo, la macchina di tortura legalizzata che il potere mette in moto. Secondo tali coordinate Guerra e Più luce padre sono una dimostrazione concreta della fiducia nei confronti della ragione quale strumento di ricerca e di indagine, di critica e di ribellione verso l’autorità, a favore del dialogo tra i saperi, la sperimentazione scientifica della conoscenza e del dubbio.
(Firenze, Libreria La Cité, 19 dicembre 2007)