Il risvolto di copertina di Valerio Magrelli


Nel primo brano dei suoi diari di viaggio , Kafka offrì il resoconto di una gita svoltasi nel settembre 1909 presso l'aerodromo di Montichiari, a mezz'ora da Mantova. Per quanto in apparenza sia remoto, pure tale riferimento viene spontaneo nel leggere "Aeroporto contadino", una tra le sezioni più felici dell'ultima raccolta firmata da Franco Buffoni. Anche in un panorama poetico ricco di scenari come il nostro, resta infatti difficile travare qualcuno che abbia cantato con maggiore accoramento, strazio, ironia, il mistero di un luogo profano e tuttavia familiare come può essere appunto una povera pista di atterraggio persa nella campagna bergamasca. Un testo del genere illumina il senso complessivo di questa "Suora carmelitana e altri racconti in versi".
Gli studiosi che nell'arco di ormai quindici anni si sono avvicinati all'opera poetica di Buffoni, hanno concordato nel situarla in un'area espressiva intermedia tra l'ascendenza 'fantaisiste' di Jules Laforgue e il lieve gioco di Aldo Palazzeschi. A bilanciare il 'fumisme' della sua scrittura, era inoltre evocato il legame con la linea lombarda. Ma di questo omogeneo fondale letterario, si è chiesto Stefano Crepi, che cosa è stato infine trattenuto? "Un tono, un accenno di colore, la cadenza silenziosa di un gesto, una punta di nevrosi, la severa malinconia di una domenica d'estate, un'estrema tenerezza sereniana, la contratta dolcezza fiamminga di un oggetto fortuito, la castità di una pittura astratta". Questi elementi si ritrovano adesso nell'ultima silloge, la più compiuta e impegnativa.
Composti tra il 1987 e il 1990, i suoi otto capitoli risultano uniti da un fortissimo sentimento del paesaggio emotivo. Nella nota finale, Buffoni ricostruisce il disegno del libro nei termini di un transito dall'infanzia alla maturità. Non c'è dubbio però che in tutte queste pagine resti immutata l'energia racchiusa in pochi spazi privilegiati: il cinema, ad esempio, luogo di un eros sofferto e trepido, o la clinica, [...]
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