Intervista di Nicola Bultrini sull'VIII Quaderno


FRANCO BUFFONI, lombardo di nascita vive da diversi anni a Roma. Ordinario di letterature comparate all’Università di Cassino, ha pubblicato le seguenti raccolte: Nell’acqua degli occhi (Guanda 1979), I tre desideri (San Marco dei Giustiniani 1984, Premio Biella), Quaranta a quindici (Crocetti 1987), Scuola di Atene (Arzanà 1991, Premio Sandro Penna), Suora Carmelitana e altri racconti in versi (Guanda 1997, Premio Montale), Songs of Spring (Marcos y Marcos 1999, Premio Mondello), Il profilo del Rosa (Mondatori 2000, Premio Batocchi), Theios (Interlinea 2001), Del maestro in bottega (Empiria 2002), Lager (Ed. d’if 2004). Dirige il semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria “Testo a fronte”. E’ l’ideatore e il curatore, da più di dieci anni, dei Quaderni italiani di poesia contemporanea.
NICOLA BULTRINI è nato nel 1965 a Civitanova Marche, vive e lavora a Roma. Sue poesie sono state pubblicate su rivista ( tra cui "Poesia", "Nuovi Argomenti", "Galleria", "Poiesis", "L'Ozio", e altre), altri scritti su "Poesia" , "Istmi", "Poiesis" . Ha inoltre dato alle stampe alcune brevi plaquette in edizioni private. La raccolta “Occidente della sera” è presente nell’ “8° Quaderno Italiano di poesia contemporanea” (Marcos y Marcos, 2004). Sta curando con Chiara Riccarand, uno studio antologico sulla poesia iraniana contemporanea. Alcune traduzioni di poeti iraniani contemporanei sono state pubblicate su "Poesia" e "Testo a fronte". Alcuni racconti sono stati pubblicati su "Il Racconto". E’ tra i vincitori del Premio Montale per la sezione "Inediti", edizione 2002.
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Ho incontrato Franco Buffoni una domenica mattina nella sua bella casa al centro di Roma. L’appartamento si rivolge verso una corte interna dell’edificio che tiene ben distanti i rumori della strada. La quiete confortevole invita a parlare e Buffoni parla con la serena consapevolezza di chi vive e conosce a fondo la parola poetica.
Poeta, critico e docente di chiara fama, Buffoni è l’ideatore dei “Quaderni di poesia contemporanea” con i quali da più di dieci anni si propone di fare il punto, in tempo reale, delle nuove tendenze della giovane poesia italiana, selezionando le voci che maggiormente si distinguono per originalità e valore.
E’ uscito in questi giorni , per le edizioni Marcos y Marcos, l’ 8° Quaderno, che raccoglie le sillogi di sette poeti, corredate ognuna da un’introduzione. Ho chiesto quindi a Buffoni di parlarci di questo ulteriore tassello che si aggiunge al mosaico che generosamente, negli anni, va disegnando.
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Innanzitutto ti chiedo se sei soddisfatto di questo nuovo “Quaderno”.
Si, devo dire che sono molto soddisfatto perché qualitativamente è uno dei più alti. La ragione è oggettiva in quanto la mole di dattiloscritti, di quaderno in quaderno aumenta e quindi, potendo scegliere sempre il meglio, si arriva a dare poi dei risultati alti. Io credo senza false modestie che questo sia davvero uno spaccato del meglio della poesia italiana “giovane” contemporanea. Tutta l’operazione dei Quaderni va in questa direzione, tuttavia se con i primi Quaderni si poteva supporre che qualche autore sfuggisse ed ottenesse la visibilità in altro modo, oggi ho la consapevolezza che un autore giovane in primis invia a noi il dattiloscritto. Quindi poter scegliere all’interno di una sì vasta gamma ci da la certezza di poter scegliere il meglio. Questo naturalmente non è merito mio, bensì degli autori che sono bravi.
Esistono criteri di scelta di massima che vengono seguiti per la selezione?
Si tratta pur sempre di un criterio empirico, anche se poi il giudizio riflette gusti, concezioni estetiche e poetiche. Tuttavia si cerca di essere comunque, per quanto possibile, oggettivi. Per quanto mi riguarda, pur avendo io una mia chiara connotazione poetica, un mio gusto, essendo un autore piuttosto delimitato per quanto riguarda la propria poetica, quando lavoro sui quaderni dimentico ciò che piace a me. Cerco invece di vedere ciò che è buono, ciò che è valido, anche se si tratta di forme di scrittura poetica che sono lontane dalla mia. Ad esempio, io so bene che tra Sanguineti e Erba c’è una differenza enorme, tuttavia di entrambi riconosco il valore. Pertanto, a prescindere dalla mia personale predilezione, riconosco entrambi come degni autori. Allo stesso modo io conduco i quaderni, e ciò a differenza di altri che quando si accingono a selezionare gli autori più giovani, cercano fondamentalmente i loro imitatori, i seguaci. Io cerco di valorizzare quelli bravi, indipendentemente dal fatto che a me piacciano o meno. Oserei dire che si può stimare senza amare.
Il Quaderno oggi a chi si rivolge?
Pur nella limitatezza del mercato della poesia, il pubblico dei Quaderni è tra i più ampi. Sia perché è nostra intenzione rivolgerci a quanti più ascoltatori possibili, sia per la ricezione che riscontriamo. Innanzitutto a leggere i quaderni sono i giovani, ovvero gli “aspiranti”. Riceviamo infatti un enorme numero di dattiloscritti, ed è perciò evidente che chi invia i propri lavori ha generalmente conosciuto e perciò acquistato i quaderni precedenti. Questo è molto importante perché offre loro spunti di confronto e di esempio. C’è poi quella fascia di persone che amando la poesia, sanno che per essere informati sulle nuove tendenze della poesia contemporanea, devono rivolgersi proprio ai Quaderni. Non che non esistano altre possibilità, anzi ve ne sono fin troppe. Ma in questa quantità il lettore si perde e soprattutto perde le garanzie di qualità. Garanzie invece offerte dai Quaderni, che offrono sette raccolte di poesia frutto di una selezione seria di scremature e di studio. Il nostro infatti è un servizio onesto che si rende a un’arte che tutto noi amiamo.
Nell’attuale contesto sociale e culturale, che significato ha il Quaderno nel voler fare il punto sullo stato della poesia, e soprattutto di quella più giovane?
Per la verità, io più che fare il punto, farei i puntini di sospensione. Si tratta infatti sempre di un discorso interlocutorio. Io personalmente sono un uomo di dialogo piuttosto che di punti fermi, almeno in questo campo. Quindi più che fare un bilancio definitivo, tendo a fare un bilancio propositivo, offrendo ciò che pare a noi, ed invitando a fare eventuali proposte alternative, per poter intavolare una possibile discussione. Questa è la ragione per cui i Quaderni non sono mai fermi. Infatti appena finito un quaderno, già iniziamo le letture per il quaderno successivo. Nei due anni circa che intercorrono tra un quaderno e l’altro, avvengono pubbliche presentazioni, c’è un dialogo, c’è un confronto con altri giovani che vorrebbero partecipare all’iniziativa. E’ sempre un discorso continuativo nell’ottica di una vera operazione culturale. Si tratta peraltro di un’operazione che non ho certamente inventato io, che anzi sono frutto di questa stessa operazione culturale. Il mio esordio infatti è avvenuto negli anni ’70 presso i Quaderni della Fenice di Guanda, che proponevano degli autori giovani. Molti della mia generazione sono proprio usciti da lì, dai Quaderni curati da Giovanni Roboni, cui peraltro rivolgo un pensiero affettuoso in questo suo momento di difficoltà. Pertanto quando io poi, a distanza di venti anni, mi sono trovato nella condizione di poterlo fare, ho dato per quanto avevo ricevuto, avviando l’attuale iniziativa dei Quaderni. Sono lieto quando mi si dice che è una cosa importante, ma sono anche consapevole che altri avrebbero potuto farla. Ma sia chiaro che il dato tecnico è inserire il discorso della poesia giovane in un contesto editoriale più ampio. La poesia giovane diventa quindi uno dei titoli innestato in una operazione di promozione della poesia di più ampio respiro.
Quindi pare di capire che il tuo impegno per i “Quaderni”, nell’ambito del tuo operare nella poesia si legge come un tassello di un più ampio mosaico e quasi necessario ad integrare gli altri punti di osservazione.
Assolutamente si. Io mi trovo a lavorare sulla poesia a tempo pieno, insegnandola, traducendola e scrivendola. Quindi non vedo come si possa evitare di pensare a chi più giovane di me la va scrivendo e cerca di farla conoscere. Personalmente trovo ridicole alcune situazioni editoriali in cui si hanno continue pubblicazioni di classici e si ignorano i libri di poesia giovane. Del resto si sa che la poesia quando esce è sempre fragile, ma anche la poesia di Leopardi era fragile agli esordi. Dunque comunque va sostenuta. E’ evidente che poi la poesia dal fiato lungo la si vede nel tempo ed occorre comunque una scrematura, ma è necessario dare fiducia. Io credo che tutti gli editori dovrebbero destinare una percentuale, per quanto piccola, del loro budget alla promozione della poesia giovane. Naturalmente scegliendola bene e sfuggendo alle logiche clientelari. E’ proprio questa la differenza, dunque non tanto promuovere, bensì promuovere con serietà.
Entrando ora nello specifico di questo volume, secondo te emergono delle linee principali che si leggono tra i sette autori presenti?
Devo dire che fin dall’inizio io non ho mai cercato una linea unificante. Proprio perché da professore studio le scuole e le poetiche cercando di definirle, ma da critico militante io incoraggio le diversità, piuttosto che cercare i tetti di somiglianza. Se poi trovo delle etichette che possono essere comuni ad alcuni autori di ciascun quaderno, le trovo soltanto a posteriori. Non faccio mai un quaderno a misura di un’etichetta, altrimenti ricadrei in quel difetto che aborro e che ho voluto sempre evitare, cioè imporre una linea, una visione della poesia, che pur essendo eccelsa può non essere unica. Quindi in questo quaderno si va da una scrittura certamente formalista e “sperimentalista” come quella del giovane Tommaso Lisa, a scritture come quella di Bultrini, come quella di Manstretta che rientrano in un alveo oraziano, lirico e che ha una tradizione che in Italia si riconosce per esempio in Pascoli, Montale o Sereni , e si trovano autori come Luigi Socci che invece seguono un altro filone, che vede in Gadda un esempio. Si tratta comunque per tutti di manifestazioni di poesia che hanno nel novecento dei riferimenti sicuramente grandi, con cui devono mettersi a confronto ed interagire. Io credo molto nel confronto e nella lettura reciproca. Perciò suggerisco sempre di leggere gli altri e soprattutto gli altri che non ci assomigliano. Dunque nei Quaderni si vedono le scuole , i gruppi di tendenza e di riferimento, in filigrana si vedono dai prefatori, dal taglio, dagli stilemi, ma nessuno mi potrà mai dire di porre una sola linea di riferimento su cui costruire il Quaderno.
Ho notato che gli autori anagraficamente appartengono alla generazione degli anni ’60 e ’70. Si tratta di una generazione di cui si comincia a discutere, la si dice “schiacciata”, “tra parentesi”. Ma secondo te quanto conta questo aspetto nel Quaderno?
Ti dirò che io non ho mai creduto nel discorso generazionale. Anche perché non è detto che gli autori producano i loro frutti migliori inevitabilmente alla stessa età. Ci sono autori che hanno prodotto le loro cose migliori in giovanissima età, altri in età più avanzata. Perciò parlare di generazioni mi sembra quasi ridicolo. Del resto ci sono anche autori che hanno una maturazione lenta, per cui a prove acerbe intorno ai quarant’anni seguono prove più mature in più tarda età. Ci sono d’altro canto anche autori che hanno dato il meglio intorno ai trent’anni e poi verso i cinquanta non fanno che riflettere sé stessi. Ma in fondo va bene così. I conti si fanno dopo mezzo secolo, quando si può guardare alla storia della poesia con un occhio relativamente più sereno. A quel punto non ha più alcuna importanza a quale età un autore abbia scritto le sue poesie migliori. Pertanto parlare di generazioni è una cosa superficiale e fuorviante. Ci sono tuttavia alcuni momenti in cui alcuni coetanei coagulano una poetica e producono dei risultati eccelsi, ma di solito c’è sempre un leader, attorno cui altri nomi fanno da cornice e ne risultano dunque evidenziati. Io nel complesso non credo alle poetiche di gruppo, se non in particolarissimi casi. Credo invece che la poesia sia un fatto individuale. Ciò non toglie che si debba comunque parlare ed interagire il più possibile, ma al dunque la poesia è essenzialmente un autore con un foglio di carta. E’ evidente che esiste comunque una forbice anagrafica. Del resto, quando avviammo i Quaderni, agli inizi degli anni ’90, si pose il problema di definire un ambito, perciò partimmo dal ’55 come riferimento di massima, riferimento che oggi è il ’65 e che poi cambierà progressivamente strada facendo. Si tratta comunque soltanto di un modo di offrire un’indicazione e di caratterizzare l’etichetta di “autori giovani”. Al di là di questo non vorrei dire, troverei del tutto superficiali eventuali battaglie per definire delle generazioni.
Il momento storico invece ha una qualche attinenza con il discorso generazionale?
Indubbiamente il fattore storico è il dato più serio, che riguarda le esperienze comuni e senz’altro questo aspetto è importante se riferito a generazioni anagraficamente diverse. Tuttavia bisogna fare attenzione per non correre di nuovo il rischio di diventare superficiali. Per fare un esempio: un ragazzo nato a Milano nel ’50, a diciotto anni ha vissuto una certa esperienza, unica e irripetibile , ovvero quella del ’68 e di tutto ciò che è stata la politica a Milano in quegli anni. Ma parliamo pur sempre solo di Milano. Perché un ragazzo che in quegli stessi anni viveva in una piccola provincia, sapeva tante cose soltanto attraverso il giornale, ma non metabolizzava nulla di quegli eventi, che rimanevano un semplice fatto di cronaca. Allora è evidente che in una stessa città, in uno stesso momento storico ci sono esperienze forti e condivise che possono segnare la poetica di un gruppo di autori. Ma sono momenti molto particolari e circoscritti. Per fare un esempio attinente alla realtà romana, è certo che ci sia stato con la rivista “Braci”, all’inizio degli anni ’80, un momento in cui un certo numero di autori ha dato risultati “di gruppo”. Ma poi ognuno è andato per la sua strada in maniera differente. Ciò non di meno è riconoscibile un attimo in cui quelle persone hanno prodotto qualcosa con un humus comune e condividendo quindi un’esperienza comune. Mi convince comunque molto meno parlare di un’intera nazione in un intero lasso di tempo storico. Del resto credo che in Italia tra la provincia e la città, ancora oggi, ci sia una differenza enorme.
Da quanto mi dici dunque emergerebbe un quadro della proposta poetica del tutto eterogeneo.
Assolutamente eterogeneo e direi, guardando con occhio critico la storia della poesia italiana degli ultimi cinquant’anni, non possiamo non convenire che mai come oggi tutti i modi di fare poesia sono accettati e seriamente rispettati. Basti pensare invece a cosa accadeva tra gli anni ’60 e ’70, quando se non si scriveva in stile neoavanguardistico, si rimaneva ai margini. Esistevano delle vere e proprie gabbie ideologiche, preclusive ed espungenti chiunque non lavorasse in quella direzione. Per troppo tempo autori più che validi sono rimasti in ombra perché non erano à la page in quel momento. Oggi semmai le esclusioni avvengono per altri motivi, ma certamente non per il modo di scrittura. Oggi coesistono seriamente modi che vanno dalle forme chiuse ai lirismi più intensi, agli avanguardismi più sfrenati, come pure modi e forme che seguono il fluire tranquillo del canto piuttosto che la poesia “civile”. Credo davvero che mai come in quest’ultimo decennio il campo sia aperto a tutto. Quindi il problema oggi non è porsi in un certo modo di scrittura per farsi accettare, bensì in quel modo raggiungere risultati eccellenti. Il punto è proprio questo: si viene accettati in qualunque modo, purchè si abbia davvero qualcosa da dire.
E dunque possiamo vivere serenamente una sorta di “panteismo” poetico, mantenendo l’onestà intellettuale di un impegno serio?
In questo momento si e secondo me questo è un dato molto positivo. Lo affermo pensando al periodo della mia formazione, quando o si era allineati o non si veniva minimamente considerati. Perciò apprezzo personalmente molto il clima che si respira oggi. E’ chiaro tuttavia che, dovendo leggere tantissimo materiale, diventa difficile trovare la qualità, proprio per la varietà della forma. Occorre in definitiva un ascolto molto attento.
Allora secondo la tua sensibilità di poeta e al tempo stesso di “cultore della materia”, si può prevedere una prospettiva ? E’ ravvisabile comunque una evoluzione sempre in positivo o c’è il rischio che si possa tornare un giorno a schemi più rigidi?
Fare delle previsioni in realtà è molto difficile, anche perché queste fortunatamente vengono spesso smentite dalla realtà. Ma il bello è proprio questo. Del resto la storia della cultura segue dinamiche assolutamente imprevedibili e ci conduce ogni volta in un contesto sempre nuovo. Basti pensare che nessuno negli anni ’70 avrebbe mai immaginato che oggi ci sarebbero stati ragazzi di venticinque anni che scrivono sonetti. Allora era impensabile, eppure oggi ci sono.
Tornando ai Quaderni, è già in corso il lavoro del prossimo Quaderno?
Certamente, in realtà non c’è mai soluzione di continuità. I dattiloscritti continuano sempre ad arrivare e quindi la prima scrematura avviene in corso d’opera. A luglio inizierà la seconda fase delle letture vere e proprie su un numero già circoscritto ad una cinquantina di dattiloscritti. Si comincia quindi a lavorare su quei testi in modo incrociato nello spirito che illustravo prima. Il lavoro comunque richiederà un paio d’anni di sereno studio e valutazione. Devo dire che è già arrivato una considerevole mole di materiale, la qual cosa consente un maggior agio nella selezione dei testi di valore.
Un’ultima domanda. Parlando esclusivamente da poeta, ti senti a tuo agio, in buona compagnia, nell’attuale ambiente della poesia, naturalmente anche di quella più giovane che voi promuovete?
Personalmente mi trovo in una fase di transito della mia vita anche di poeta. In passato non ho avuto un solo maestro, né poetico né accademico, per la verità ne ho avuti molti. Limitandoci ai poeti, erano Fortini, Sereni, Giudici con i quali avevo un intenso rapporto di frequentazione e di scrittura e lettura preventive. Da loro ho imparato molto e ho ricevuto tanto. Oggi sono nella fase in cui imparo da quelli più giovani di me. Questo è un grande cambiamento; i giudizi sui miei lavori inediti, li ricevo da persone più giovani di me. Questa novità all’inizio mia aveva quasi sorpreso, ora invece mi ci trovo benissimo. Mi si offrono infatti altre idee, punti di riferimento differenti, posso apprendere nuove sensibilità, posso cogliere temi che prima potevano sfuggirmi. Trovo che questa sia un’esperienza esaltante. C’è sempre qualcosa di nuovo, non foss’altro che per l’ottica, la percezione, che è ovviamente diversa dalla mia, che è poi quella dei miei maestri.
Grazie.
CIMINIERA , bimestrale, diretto da Filippo Davoli
Intervista apparsa sul n. 12, marzo/giugno 2004 - anno III
Edito da Gruppo Editoriale Marche Srl