Intervista rilasciata a Stefano Raimondi su “i luoghi poetici” per “Materiali di Estetica” II sem. 2008


Nella mia scrittura poetica i luoghi hanno avuto una funzione essenziale. Ricordo quell’immagine da Il profilo del Rosa (Mondadori, 2000) dove - bambino - sogno di allungare il mio corpo dal Monte Rosa al Po in una sorta di onnipotenza gulliveriana. Ho sempre fatto leva, tuttavia, anche sul potenziale simbolico-evocativo delle parole che uso. Se il “Rosa” - per chi come me è nato e cresciuto sulle colline moreniche che ne costituiscono le prime pendici - non può che essere il monte il cui profilo si staglia all’orizzonte con le sue caratteristiche cime (Gnifetti, Zumstein, Nordend, Dufour), crescendo – e nel libro è di questo che sostanzialmente parlo – il rosa diventa anche il colore dell’esclusione, della persecuzione, dell’omofobia. E proprio al triangolo rosa che veniva apposto nei Lager nazisti sulle casacche dei detenuti omosessuali, faccio riferimento nella poesia “Tecniche di indagine criminale”, nella quale racconto di Oetzi, l’uomo del Similaun, che dopo 5000 anni viene scoperto omosessuale: “Dicono che forse eri bandito, e a Monaco si lavora sui parassiti che ti portavi addosso. E che nel retto ritenevi sperma: Sei a Münster e nei laboratori IBM di Magonza per le analisi di chimica organica. Ti rivedo col triangolo rosa dietro il filo spinato”.
Ugualmente in Guerra (Mondadori, 2005) i luoghi sono fondamentali, a mano a mano che procedo alla mappatura sincronica e diacronica assieme, della guerre combattute dal padre (“Sono ostriche, comandante? Chiese guardando il cesto il giovane tenente, ‘Venti chili di occhi di serbi, omaggio dei miei uomini’, rispose sorridendo il colonnello: li teneva in ufficio accanto al tavolo, strappati dai croati ai prigionieri”) e dal nonno (“Nel più alto campo di battaglia della Prima guerra mondiale, ai tremilaseicento dell’Ortles-Cevedale, dove fu morte sotto le valanghe e dentro i tunnel scavati nel ghiaccio...”), fino alla mia privata guerra con entrambi per l’affermazione della mia identità: “Uccidendo il padre e dunque tagliando la catena di trasmissione delle conoscenze sbagliate”.
Nel recente Noi e loro (Donzelli, 2008), basato sulle due esclusioni messe in atto dalla cultura – quella sì – della disappartenenza contro immigrati e omosessuali, i luoghi hanno nuovamente una funzione essenziale, anzitutto per l’ambientazione del libro. La prima parte è interamente vissuta nel Maghreb: “Come una crescita di piante notturne, solo vaghi lampioni rischiarano – nell’ultimo tratto di discesa a Gammarth – la schiera di muscoli al muretto che scatta in improvvisa attesa”. Mentre nella seconda parte si torna in Europa, dove i luoghi che menziono vengono visti simbolicamente divisi dalle assurde discriminazioni che leggi clerico-fasciste ancora impongono -per esempio - ai cittadini italiani: “Una lunga sfilata di monti mi separa dai diritti, pensavo l’altro giorno osservando il lago Maggiore e le Alpi nel volo tra Roma e Parigi (dove dal 1966 un single può adottare un minore). Da Barcellona a Berlino oggi in Europa, ovunque mi sento rispettato, tranne che tra Roma e Milano, dove abito e sono nato”.
Il libro che sto scrivendo e che uscirà da Guanda nel 2009 si intitola ROMA. Lombardo quale sono, dopo dieci anni di permanenza nella capitale, ho sentito la necessità di mettere ordine in un materiale poetico che ormai andava ispessendosi. Come il lavoro procedeva, mi resi conto che fuorusciva il ritratto di una città mitica e attualissima, dove alcuni personaggi approdati nella Roma di ieri - da Pasolini a Sandro Penna – interagivano anche con le contraddizioni dell’oggi. Ho strutturato pertanto il libro in sezioni, contraddistinte dai diversi luoghi della capitale: il Pantheon, per esempio, viene visto tradizionalmente dall’alto come l’occhio del tifone, ideale fulcro di un movimento caotico, ma è anche una stazione della metro cosmica: next stop il Mausoleo di Augusto.
Con le sezioni centrali, lo sguardo si stratifica e si archeologizza, per cogliere l’attualità in Galileo e in un Pinturicchio gay, e - vòlto alla campagna romana - in Leopardi suddito pontificio e in Keats, che ha già composto l’Ode a un usignolo e - attraversando la palude pontina nel viaggio verso Roma (con le ginestre che “cingon la cittade”) - trasecola alla vista di un cardinale che spara agli uccelli, lasciandone traccia nell’epistolario.
Siamo tutti un po’ gibollati all’Ardeatina
Su cinque corsie dove al massimo
Dovrebbero starcene due
Senza caffè alle sette di mattina,
Alcuni furono finiti col calcio del fucile
Sono stati trovati col cranio sfondato
Erano ubriachi alla fine gli assassini
E sbagliavano la mira
Uno era qui accanto all’uscita ostruita
Si era trascinato in agonia.
Sembra persino educata
La gente in centro al mattino
Che si è appena alzata
Coi silenzi dei rumori
E i pudori del cielo che si muove.
Qui in via dei Portoghesi te ne accorgi dai passi,
Che alle sette sui sampietrini
Risuonano come silofoni
Scossi da lievi mazzuoli.
E una volta scendendola ho scoperto
Che era via Rasella
La mia scorciatoia mattutina al Quirinale,
Poi vi ho cercato lapidi segnali. Nulla,
Fuor che nero fumo vecchie insegne
Imposte del tempo dell’agguato,
Qualche ciottolo scheggiato.
*
“Sodomito”, vergò un giovane collega
Sotto una volta della Domus Aurea
Accanto al nome Pinturicchio
Autografo, come la sua invidia.
Vi si calavano i giovani pittori
E poi strisciavano fino a quei colori
E rilievi con stucchi. Lavoravano
Per ore con poca luce e pane
Tra serpi civette barbagianni
E poi vergavano la firma.
Erano accesi i loro sguardi vigili
E sguaiati. Erano maschi.
“Pinturicchio”, definì Del Piero l’Avvocato
Nel momento del massimo fulgore.
*
La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui
e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro,
possono ancora e potranno eternamente tutto.
Di Leopardi che ritorna col pensiero a Roma
Dalle pendici del Vesuvio: “Anco ti vidi /
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade /
che cingon la cittade”. Desolazione per desolazione,
Naturale per intellettuale, deserto per deserto…
Di Leopardi suddito dello stato pontificio
Liberale clandestino in ideologico isolamento
- Il ridicolo e il grottesco delle Operette
Per eccellenza armi illuministiche
Contro antropocentriche metafisiche –
In quell’angusto regno del silenzio
Dalle mostruose tipologie censorie
Che fu il governo della
Reverenda Camera Apostolica.
Roma desertica.