George Steiner e l’atto creativo rivissuto

Difficilmente oggi si viene smentiti se si afferma che gli strumenti della linguistica costituiscono la base essenziale per affrontare la decodificazione di un testo di tipo tecnico, ma sono totalmente inadeguati alla restituzione della complessità del codice della poesia e della prosa poetica. La linguistica teorica, infatti, per la sua stessa natura, non può che considerare la traduzione un semplice processo di ricodifica, ovvero di sostituzione degli elementi della lingua di partenza in quelli della lingua di arrivo. Quindi nega la possibilità di tradurre la stratificazione delle lingue storiche: quindi la possibilità di tradurre poesia.
Convincimenti di questo tipo, oggi (quasi) unanimemente accettati, erano scandalosamente inattuali quarant'anni fa, quando in un manuale - per altri aspetti meritorio - come Les problèmes théoriques de la traduction (1963) lo strutturalista George Mounin bellamente sosteneva che, prima di allora, nessuna teorizzazione seria in campo traduttologico fosse mai stata tentata. Già si è ricordato come Gianfranco Folena nella premessa alla ristampa di Volgarizzare e tradurre, contrapponga a Mounin, Antoine Berman, che scava a fondo nella problematica traduttoria del romanticismo tedesco mostrandone la straordinaria ricchezza e attualità.
Ebbene, Berman non avrebbe avuto tale impatto e tale possibilità di ascolto (e probabilmente anche di scrittura) se nel 1975 - con Dopo Babele - George Steiner non avesse formalizzato la prima grande ribellione internazionale ai dogmatismi della linguistica teorica. ("Internazionale", perché – come si è detto - non da meno potrebbero dirsi la portata di certi studi - e di certe ribellioni - di Gianfranco Folena, allora come oggi purtroppo circoscritti alla sola Italia)23. Perché Steiner allora osava sostenere che tradurre poesia o prosa poetica non significa trasferire le parole di una lingua in quelle equivalenti di un'altra lingua, bensì rivivere l'atto creativo che ha informato l'originale. E che, prima di essere un esercizio formale, la traduzione è un'esperienza esistenziale. Mi pare evidente che, senza Dopo Babele, non sarebbero pensabili capitali opere successive come Sprachbewegung (Il movimento del linguaggio, 1982) di Friedmar Apel.
Va altresì ricordato che l'epoca di scrittura di Dopo Babele copre l'intero decennio precedente la sua apparizione, potendosi risalire almeno sino al l966, anno in cui Steiner pubblica il Penguin Book of Modern Verse Translation (successivamente riedito col titolo di Poem into Poem). E si tratta proprio del decennio più duro per chi pretendeva di riportare istanze di "dottrina del gusto" (così Kant definiva la filosofia estetica) in ambito traduttologico. Persino il grande Jakobson - grazie all'astuzia e al cinismo di certi suoi invadenti seguaci - pareva stare in toto "dall'altra parte". Steiner stesso non manca di rilevare nella "Prefazione alla seconda edizione" - datata 1991 - come a quel tempo venisse "sempre più emarginato, o anzi, isolato dalla comunità accademica".
Se riprendo i miei vecchi appunti di dottorando, lettore di straforo di After Babel, mi sorprendo a constatare come mi sia risultato poi salutare essermi ribellato all'ideologia ridicolmente "scientifica" allora imperante in campo umanistico. (Erano gli anni in cui Giorgio Melchiori esaltava - postfacendoli per Einaudi - studi in cui attraverso "gli strumenti della semantica strutturale greimasiana" si dimostrava "la persistenza di un modello non deliberatamente adottato" dall'autore, "ma che si riafferma ogni volta a sua" - dell'autore - "insaputa", grazie all'altro "strumento critico che viene privilegiato: la tipologia culturale del Lotman"). Steiner sanamente afferma: "Non esistono teorie della letteratura; non esiste una teoria della critica. Queste formule alla moda sono soltanto un bluff arrogante, un'appropriazione indebita, di una trasparenza patetica, dovuta all'invidia per il successo e il progresso della scienza e della tecnologia." Quando nel 1986, a Cambridge, finalmente conobbi Steiner di persona, gli chiesi quale formula mi suggerisse per evitare la dizione "comitato scientifico" con riferimento a Testo a fronte, allora in fase di studio. Mi rispose che accettava volentieri di entrare a farne parte, come un "chierico nel chiostro".
Dunque, i miei appunti di trent'anni fa. Frastornante era per me il fatto che Steiner si chiedesse per iscritto: "Perché gli esseri umani devono parlare migliaia di lingue differenti e reciprocamente incomprensibili?" E ancora più rivelatoria mi appariva la risposta: "Nella misura in cui ogni singolo parlante usa un idioletto, il problema di Babele è assai semplicemente quello della individuazione umana. In maggiore o minore misura ogni lingua offre una sua particolare interpretazione della vita. Muoversi tra le lingue, tradurre, significa sperimentare la tensione quasi sconcertante dello spirito umano verso la libertà. Se ci trovassimo tutti all'interno di un'unica 'pelle linguistica' o con pochissime lingue a disposizione, l'inevitabilità della nostra dipendenza umana dalla morte risulterebbe forse più opprimente di quanto già non sia". Nell'Italia degli anni di piombo mi pareva di sognare.
Un'altra definizione che trovo forsennatamente sottolineata è quella di "storia". Per Steiner essa non è che "un atto linguistico, un uso selettivo del tempo passato". La maggior parte del passato, "nei termini in cui ne abbiamo esperienza", ribadisce Steiner, "è un costrutto verbale". Per concludere: "Quale realtà sostanziale ha la storia al di fuori del linguaggio, al di fuori della nostra fede interpretativa in documenti essenzialmente linguistici (il silenzio non conosce storia)?" Parole che - da allora - furono per me un viatico: "Studiare la traduzione significa studiare il linguaggio".
Un punto capitale su cui mi soffermai poco nelle mie personali annotazioni di lettura concerne il concetto che ogni atto di comunicazione umana equivale a una traduzione: "Quando leggiamo o udiamo una qualche espressione linguistica del passato, sia essa tratta del Levitico o dal best-seller dell'anno scorso, noi traduciamo". Ma avevo appena partecipato al I Congresso Internazionale di Semiotica organizzato da Eco al Palazzo della Provincia in via Corridoni a Milano; avevo potuto ascoltare la relazione del vecchio Jakobson. Quindi il fatto che si dovesse applicare il modello della traduzione (lingua di partenza-lingua di arrivo: alias fonte-ricevente) a qualsiasi atto di comunicazione mi pareva ovvio, normalissimo. Ciò su cui nuovamente Steiner mi parve geniale fu nella sottolineatura del fattore-tempo: "Questo stesso modello agisce anche all'interno di una singola lingua, solo che qui la barriera, o la distanza tra fonte e ricevente, è il tempo". E la barriera-tempo poteva risultare non meno ostica della barriera linguistica. (A questo punto trovo dei rimandi a una lezione di Maria Corti: "gentile" non vuole dire "gentile", "onesta" non vuole dire "onesta", "pare" non vuole dire "pare", e su "donna mia" è meglio sorvolare). La traduzione diacronica all'interno della propria lingua madre, dunque, non era meno "traduzione" dell'altra, di quella canonica. Ma persino ogni nostra conversazione era traduzione, ogni nostra comunicazione. E qui prendevo il volo e mi segnavo Watzlavick e la scuola di Palo Alto e la differenza tra comunicazioni di "contenuto" e comunicazioni di "relazione". Era un po' come la fortiniana differenza tra traduzione "di servizio" e traduzione "di poesia".
L'altro capitale nodo steineriano per uno studente di allora era legato al concetto di interpretazione: "Qualsiasi lettura completa di un testo tratto dal proprio passato linguistico e letterario è un atto multiplo di interpretazione. Nella grande maggioranza dei casi, tale atto non viene consapevolmente riconosciuto". Più scontata mi pareva già allora la constatazione dell'impossibilità a realizzare la perfetta equivalenza col testo di partenza. Steiner parlava di "smania della parità", descrivendo il rischio che si corre di danneggiare una traduzione per il desiderio di "tradurre troppo", laddove meno ostilmente, da giovanissimo poeta-traduttore, avrei preferito leggere "desiderio di lealtà".
A trent'anni di distanza dalla prima edizione sansoniana e a dieci dalla seconda – garzantiana - riveduta e ampliata da Claude Béguin (che a mo' di palinsesto ha tradotto le integrazioni e le varianti alla versione di Ruggero Bianchi del 1984) mi fa una certa impressione riprendere in mano Dopo Babele: come rivedere rimesso a nuovo un antico amore al quale si è molto dato e dal quale si è molto ricevuto. E senza il quale altri "amori" successivi non sarebbero stati possibili. Penso al Convegno del 1988 all'Università di Bergamo su La traduzione del testo poetico, al volume omonimo apparso l'anno successivo (che Steiner cita in questa bibliografia aggiornata), all'esperienza del semestrale Testo a fronte che nel 2007 è entrato nel suo diciottesimo anno di vita; penso alla corrispondenza con Steiner e con il suo più noto allievo e ormai affermato comparatista Michael Jakob. Inutile che mi chieda quanto devo a questo libro: certi debiti andrebbero contestualizzati per fasce di età: a vent'anni con chi ti dice che - certo - gli avvenimenti di Babele sono stati un disastro, ma al tempo stesso un "disastro" è anche una pioggia di stelle sull'umanità; con chi ti fa vivere il senso di pietra e di vento insito nell'etimologia delle parole, si crea qualcosa di più di un mero debito intellettuale. Meglio, molto meglio esaminare i punti sui quali Steiner è voluto ritornare nell'importante "Prefazione" alla seconda edizione italiana di Dopo Babele.
Anzitutto Steiner rivendica - a ragione - il fondamentale ruolo del comparatista in ambito accademico, malgrado il "disprezzo vendicativo" della "parrocchia", che "si restringe con ogni nuova attribuzione di cattedra". Un comparatista che - allora come oggi - vivacemente propone una poetica globale del tradurre, capace di mettere in relazione dinamica (non di miscelare) gli studi di retorica (ai quali inevitabilmente si approda approfondendo gli studi di teoria della traduzione) con quelli di storia e critica della letteratura, di linguistica e di filosofia estetica. Ma, nella nuova "Prefazione", Steiner soprattutto sintetizza "senza pentimenti" le quattro fondamentali sue questioni ancora oggi "quasi deliberatamente travisate" o comunque ancora percepite come "minacciose". La prima ("La traduzione fra lingue diverse è una applicazione particolare di una configurazione e di un modello fondamentali del discorso umano, persino quando questo discorso avviene in un'unica lingua") viene fondamentalmente ribadita: "Invito il lettore a considerare i dilemmi di traduzione inadeguata suscitati dalle differenze radicali tra i costumi linguistici, enunciati o inespressi, delle donne e degli uomini". E per essere più convincente e mettere a tacere i mandarini dell'accademia, Steiner precisa: "Su questo punto non sono la socio-linguistica, la psico-linguistica e nemmeno l'antropologia a illuminarci meglio, bensì gli scandagli intuitivi dei poeti". Su questo punto - non dubito - qualcuno continuerà a non capire.
La seconda questione mi pare possa configurarsi in un riacutizzarsi della diatriba con Chomsky per via dell'incapacità delle grammatiche trasformazionali generative a fornire "esempi convincenti di 'universali' nelle lingue naturali". Il punto di Steiner è notoriamente l'inverso: la ricchezza della moltiplicazione dei linguaggi produce "vita", oltre ad essere un prodotto della vita: "Oggi le grammatiche generative si sono trincerate in un formalismo quasi assoluto, in un'astrazione analitica e meta-matematicamente algoritmica così esacerbata da non avere quasi più niente in comune con i reali 'mondi del discorso' e con le differenze creative che li distinguono".
La terza questione, più che una "questione" è la manifestazione di un proposito. Steiner annuncia che meriterebbe maggiore insistenza il problema della "appropriazione" di un testo tramite una traduzione tanto ben riuscita da risultare "trasfigurazione": "quando la densità e la luminosità intrinseche della traduzione eclissano quelle della fonte". E qui parte il secondo nuovo attacco: alla critica decostruttivista, che rischia di "derubricare" a meri pretesti da saccheggiare i testi da tradurre.
La quarta questione, che forse è anche l'unica, perché - volendo - ingloba tutte le altre è quella "darwiniana". E qui confesso di essere impallidito di nuovo rileggendo la quarta di copertina, laddove si afferma: "Dunque Dopo Babele, oltre a tracciare una poetica generale della traduzione, si interroga sulla natura stessa del linguaggio, e sull'impossibilità delle teorie darwiniane di render conto della molteplicità dei linguaggi umani". Dieci anni fa mi chiedevo: ma i redattori della Garzanti perché insistono a fare le quarte di copertina? Aldilà della sciocca virgola tra "linguaggio" e "e" e del patetico "render" (forse perché Steiner apprezza la poesia?), probabilmente si sono fermati a p. 13 (avevano già abbastanza "materiale" per la "quarta"), laddove Steiner ricorda come il paradigma darwiniano si fondi sui "vantaggi" dell'evoluzione (la proliferazione delle forme di vita "migliora" le specie, selezionando le forme più adatte), mentre "nessun vantaggio è legato alla apparentemente anarchica molteplicità delle lingue". Se la loro lettura fosse continuata, a p. 14 avrebbero letto: "Ma a un secondo livello i modelli darwiniani offrono un suggerimento fecondo". Perché "la forza costruttiva della lingua nella concettualizzazione del mondo ha avuto un ruolo cruciale nella sopravvivenza dell'uomo di fronte a costrizioni biologiche ineluttabili". "E' questa miracolosa (mantengo l'aggettivo) capacità delle grammatiche a generare realtà alternative, frasi ipotetiche e, soprattutto, i tempi del futuro che ha permesso alla nostra specie di sperare, di proiettarsi ben aldilà dell'estinzione dell'individuo". Ma non dei redattori della Garzanti. Forse a loro vale la pena di dedicare l'ultimo capoverso steineriano di p. 15: "Forse è colpa mia. Per quanto possa giudicare, il punto di vista 'darwiniano' della necessità psichica della profusione delle varie lingue umane non è stato recepito né discusso. E' un punto centrale in Dopo Babele".
Oggi che la teoria darwiniana è stata espunta dai programmi ministeriali per le scuole medie, questa quarta di copertina mi scruta in modo ancora più beffardo.

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